NAVE OSPEDALE PO

Il relitto della nave ospedale, adagiato in assetto di navigazione a un miglio dalla costa, Profondità tra i 30 metri e i 35 metri e in discreto stato di conservazione (le strutture superiori arrivano sino a 12 metri dalla superficie

Costruita tra il 1909 e il 1911 insieme all’unità gemella Helouan per il Lloyd Austriaco, con sede a Trieste, la nave era in origine un piroscafo misto di 7357 tonnellate di stazza lorda e 3199 di stazza netta: battente bandiera austro-ungarica, la nave si chiamava Wien.

Propulsa da due macchine a vapore a quadruplice espansione (alimentate da otto caldaie) della potenza di 1580 hp nominali (10.000 CV), la nave era dotata di una discreta velocità per l’epoca (17 nodi), ma era afflitta da problemi di forte rollio e scarsa tenuta al mare.

Nelle cabine potevano trovare posto 185 passeggeri in prima classe, 61 in seconda e 54 in terza.

In vista dell’ingresso dell’Italia nella seconda guerra mondiale, il Po venne requisito il 21 maggio 1940 ed iscritto nel ruolo del naviglio ausiliario dello Stato questa volta come vera e propria nave ospedale, con 600 posti letto.  , la nave, dotata di adeguate attrezzature sanitarie (che comprendevano una sala operatoria, alcuni ambulatori e sale di medicazione, stanze attrezzate per la radiologia e laboratori di analisi ed imbarcato personale medico, entrò in servizio nel luglio 1940

Nel settembre 1940 la Po fu la prima nave ospedale ad essere inviata in Albania, compiendo una singola missione di trasporto di feriti e malati (particolare problema in tale zona era costituito dalla malaria), nell’ambito delle operazioni di sgombero degli ospedali albanesi in preparazione dell’attacco alla Grecia. Tale piano di “evacuazione sanitaria” venne completato dalla stessa Po con una seconda missione dello stesso tipo, nell’ottobre 1940

La sera del 14 marzo 1941 la Po giunse a Valona per imbarcare feriti e malati da rimpatriare (provenienti da due ospedali da campo, il n. 403 ed un altro collocato sulle colline antistanti la baia di Valona, operazione che si sarebbe svolta l’indomani mattina.

Dopo l’arrivo, la nave si mise alla fonda nella rada di Valona, a circa un miglio e mezzo dalla costa. Benché munita dei contrassegni per il riconoscimento notturno, la nave venne obbligata dal Comando Marina di Valona a tenere le luci spente per non contravvenire alle regole sull’oscuramento, dato che si temeva che l’individuazione della Po, in caso di attacco aereo, avrebbe comportato anche la localizzazione delle altre unità, mercantili e militari, ormeggiate nei paraggi.

Poco dopo le undici della sera stessa, quando ormai la gran parte dell’equipaggio dell’unità si era ritirato nei propri locali per la notte, la rada di Valona fu sottoposta a un attacco da parte di cinque aerosiluranti Fairey Swordfish dell’815° Squadron della Fleet Air Arm, decollati alle 21:15 dall’aeroporto greco di Paramythia (nel medesimo attacco venne abbattuto uno degli Swordfish, quello del comandante dell’815° Squadron, capitano di corvetta Jago, e venne affondato il piroscafo Santa Maria, poi recuperato e rimesso in servizio

La Po, essendo oscurata, non fu riconosciuta, e alle 23:15 venne colpita sul lato di dritta a poppa, da un siluro da 730 kg sganciato dallo Swordfish del tenente di vascello Michael Torrens Spence.

Dopo il siluramento saltò la corrente e la nave iniziò ad appopparsi rapidamente, imbarcando acqua, pertanto venne suonato l’allarme ed equipaggio e personale medico furono radunati in coperta, dopo di che vennero ammainate le lance di salvataggio. Durante le operazioni di abbandono della nave una delle imbarcazioni si capovolse: due crocerossine, Wanda Secchi ed Emma Tramontani, rimasero ferite venendo sbattute dall’acqua contro la murata della nave agonizzante e annegarono, mentre una terza, Maria Federici, che aveva cercato di salvarle, affogò anch’essa nel tentativo, nonostante l’intervento di un ufficiale, gettatosi in mare per soccorrerla.

Dopo due minuti dall’impatto dal siluro la poppa della nave era già sommersa

Parte dei superstiti rimase aggrappata a rottami staccatisi dalla nave, altri raggiunsero a nuoto la riva (come un ufficiale) o un cacciatorpediniere ormeggiato nelle vicinanze, mentre quattro uomini morirono d’ipotermia dopo essere stati tratti in salvo.Alcuni naufraghi, tra i quali Edda Ciano, anch’essa imbarcata come crocerossina, vennero recuperati da un peschereccio dopo essere rimasti aggrappati al relitto di una lancia di salvataggio, rimasta semisommersa perché ancora legata al relitto della nave ospedale.

Nell’affondamento trovarono la morte complessivamente 23 persone venti marittimi su un totale di 240 persone, tra equipaggio e personale medico, imbarcate sulla Po.

La propaganda italiana non parlò di attacco intenzionale, essendo la Po oscurata, ma mise in evidenza la morte di 23 persone e soprattutto delle crocerossine, mentre si cercò di non porre in risalto, per diretto ordine di Benito Mussolini, la presenza di Edda Ciano tra i superstiti, anche se la notizia si diffuse ugualmente con rapidità. Nei giorni seguenti l’affondamento otto palombari della Regia Marina, trasportati da tre unità navali, provvidero al recupero dei corpi dal relitto della nave ospedale.

Nel corso del suo servizio come nave ospedale la Po aveva svolto 14 missioni, trasportando complessivamente circa 6600 tra feriti e malati 2300 feriti e naufraghi e 4300 malati dalla Libia e dall’Albania.